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Luoghi comuni sulla Psicoterapia

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Luoghi comuni sulla Psicoterapia
A cura di Stefania Goglia

Negli ultimi anni i temi che riguardano la psicologia,trovano ampio spazio nelle riviste e nelle trasmissioni radiofoniche e televisive, ciò sembra essere un segnale del fatto che l'interesse delle persone verso questi argomenti è aumentato notevolmente. Tuttavia esistono ancora una serie di pregiudizi e di credenze sulla psicologia e sulle figure della salute mentale. In questo articolo cercherò di prendere in esame alcuni dei più diffusi luoghi comuni in questo ambito e di ragionare sul perché si possono ritenere tali.
Io stessa prima di avere un reale contatto con il mondo della psicologia avevo alcune idee su di essa, che avrebbero potuto condizionarmi , se alcune circostanze non si fossero verificate. Una delle mie credenze, che ritengo sia anche tra le più diffuse, era che chi va dallo psicologo è "pazzo", o comunque ha una patologia mentale. Ricordo che quando dicevo alle persone che avevo iniziato una psicoterapia, rimanevano perplesse o assumevano un atteggiamento pietoso e alcuni mi dicevano esplicitamente "mi dispiace!", ed io pensavo "perché ,se questo mi aiuta stare meglio?". Credo che l'effetto più dannoso di questa credenza sia quello di spaventare le persone che vorrebbero intraprendere una psicoterapia e non lo fanno perché pensano che significhi ammettere di essere "mentalmente malato" o comunque di aver bisogno di aiuto. Spesso però il dolore e la sofferenza sono più forti di qualsiasi paura o pregiudizio per cui il ricorso a figure professionali diventa necessario. Questo mi porta a pensare a un altro effetto che induce l'idea che chi va dallo psicologo è malato, ed è il fatto che molte persone si vergognano di dire che vanno in psicoterapia, anche se si tratta di familiari o di amici intimi. Ci si vergogna della propria sofferenza forse anche perché siamo poco abituati a mostrarla, e credo che una delle cose che insegna la terapia è che si può far vedere il proprio dolore, la propria rabbia o la propria paura ; questo diventa possibile quando lo psicologo sta lì per te e accoglie tutta la tua persona incondizionatamente e senza farti sentire giudicato.
Per intraprendere una psicoterapia non è necessario essere "pazzi" anche perché i "pazzi" non esistono, esistono persone che soffrono di gravi patologie mentali, che hanno sempre un significato nelle loro storie. Si può andare dallo psicologo per innumerevoli ragioni, perché si sta attraversando un periodo particolare, dovuto a una separazione, a un lutto, a un forte stress, o a una decisione da prendere; oppure perché ci si sente insoddisfatti e non se ne conosce il motivo.
Ci sono altri due idee comuni sulle quali vorrei soffermarmi , una è che ci sia un tempo per "guarire", l'altra è che lo psicologo offra soluzioni. Prima però voglio fare alcune premesse. Parlare di psicoterapia è alquanto limitato ai giorni d'oggi, siccome esistono moltissimi approcci diversi, che pur poggiando su alcuni punti in comune, presentano differenze importanti, che possono riguardare le strategie d'intervento, il tipo di relazione con il paziente, l'attitudine del terapeuta etc… Questa varietà di modelli consente di intervenire in maniera più specifica a seconda del problema per il quale la persona si rivolge al terapeuta. Da questo punto di vista bisogna dire che esistono approcci nei quali la durata dell'intervento ha un tempo predeterminato, o comunque breve, e che sono centrati sulla soluzione del problema ; è questo il caso di terapie orientate sull'obiettivo, come quella cognitivo comportamentale, o sulla soluzione del problema, come la terapia breve strategica. Si tratta di approcci molto diffusi e la cui efficacia è ampliamente riconosciuta per un gran numero di disturbi e problemi, tra cui: attacchi di panico, fobia sociale, disturbo ossessivo compulsivo , depressione. Chiaramente si tratta di tutta una serie di disturbi che richiede un intervento specifico, affinché vi siano dei miglioramenti reali nella vita della persona. Quando io parlo di "guarigione" mi riferisco piuttosto a un cambiamento che coinvolga tutti i livelli della persona: mentale, fisico, emotivo e spirituale. Personalmente credo che un simile cambiamento, per quanto possibile, richieda un tempo che non può essere stabilito a priori. Certo non tutte le persone intraprendono una terapia con questa aspettativa, e in molti casi è sufficiente un certo numero di sedute per ottenere dei miglioramenti visibili. Naturalmente non può essere questo il caso di gravi patologie mentali, quali le "psicosi", o di sofferenze profonde che vanno oltre i sintomi che minano la qualità della vita della persona. Ritengo che nella maggior parte dei casi l'approccio integrato centrato sulla persona sia quello più utile, questa mia personale opinione viene prima dalla mia esperienza come paziente, e poi dalla mia formazione. Tuttavia negli ultimi anni c'è stata un'apertura di orizzonti anche in quegli approcci storicamente più strutturati come quello psicodinamico o il succitato cognitivo comportamentale . Questo cambiamento sembra essere legato alla sempre maggiore attenzione che i terapeuti rivolgono su ciò che veramente favorisce il cambiamento e il benessere della persona. Goldfried nel suo libro afferma che << per molti aspetti Skinner aveva ragione: come terapeuti siamo "modellati" dai nostri clienti, che rinforzano gli interventi che funzionano ed estinguono quelli che non funzionano>> .
Il mio discorso si rivolge in particolare, a quei tipi di psicoterapie meno specifici, orientate soprattutto alla crescita personale. Con questa premessa posso dire che lo psicoterapeuta non è un consigliere o una persona che dà soluzioni preconfezionate. Questa è un'altra idea che ho potuto riscontrare nei discorsi di molte persone, che mi dicono " ah lo psicologo non ti dice cosa fare, e allora cosa fa?". Nonostante la varietà degli approcci, nessun psicoterapeuta dice al paziente cosa deve o non deve fare, perché ciò implicherebbe un giudizio morale e soprattutto limiterebbe l'autonomia e la responsabilità del cambiamento della persona. Piuttosto egli ha un ruolo di facilitatore, nel senso che aiuta la persona a trovare dentro di sé le risposte e le soluzioni più adatte al proprio problema. Detto così potrebbe sembrare che lo psicologo abbia una funzione passiva all'interno della relazione , in realtà egli con domande aperte, delucidazioni, o altre strategie e soprattutto seguendo il proprio intuito, fa da specchio alla persona che può così scoprire ciò di cui ha bisogno, ciò che la fa stare bene e ciò che invece genera in lei sofferenza, perché come ci insegna Rogers il "cliente è il miglior terapeuta di se stesso".
In questo panorama qualsiasi generalizzazione diventa superficiale e approssimativa. Ciò che veramente mi sembra indiscutibile, è che la stessa relazione tra terapeuta e cliente è curativa, se si creano i presupposti necessari. Quindi se si vuole iniziare un percorso di psicoterapia, una volta trovata la persona che sentiamo possa aiutarci- e questo a volte può richiedere un certo tempo- , dal momento in cui si instaura il legame , possiamo veramente imparare un nuovo modo di "essere al mondo".


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' Goldfried Marvin R.,Dalla terapia cognitivo-comportamentale all’integrazione delle terapie, Sovera, Roma, 2000.
'' Ivi, pag. 9.

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