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Il ritratto del buffone Sebastian de Morra
A cura di Antonia Cardella
Cari lettrici e cari lettori, ben trovati!
Il tema di questo mese è la diversità, alla quale associamo erroneamente, con superficialità e leggerezza, un significato negativo e della quale trascuriamo il valore discreto e profondo.
Ho cercato e riflettuto a lungo su autori e opere e alla fine ho scelto, per il nostro terzo appuntamento, Velasquez (di cui vi consiglio di ammirare una delle opere più belle e sensuali di tutti i tempi, Venere allo specchio, esposto presso la National Gallery) e il ritratto del buffone Sebastian de Morra (Madrid, Museo Nacional, 1644).
Il nano di Velasquez fu alle dipendenze nelle Fiandre del cardinale infante Don Ferdinando d'Austria; alla morte del suo signore ritornò in Spagna ed entrò al servizio del principe Baltasar Carlos.
A chi vedrà l'opera, consiglio di focalizzare la sua attenzione sul volto dell'uomo: è triste, severo, profondo.
L'artista lo raffigura così, mettendone in risalto, attraverso una particolare luce proiettata sulla suola delle scarpe, le dimensioni del suo corpo, che ne esaltano il dramma esistenziale legato alla sua condizione.
J. Evans, commentando il dipinto in Taste and Temperament (1939), afferma: "...Sapeva dipingere l'essenza della dignità di un essere umano, anche quando quell'essere era fisicamente o mentalmente anormale (dunque diverso, aggiungo io, secondo il comune e diffuso modo di pensare). Lo testimoniano i suoi straordinari dipinti di nani e buffoni. Aveva la capacità dell'osservazione..."
P. Jamot (in La peinture en Espagne del 1938) aggiunge: "...Dipinge, senza filtrare, la verità, la vita e ciò che gli appare come un effetto semplice e sorprendente..."
Ho citato due testimonianze sulla pittura di Velasquez, che dovrebbero aiutarci a comprendere la relazione tra la sua pittura e il tema della diversità: la rivoluzione che l'artista mette in atto passa evidentemente attraverso la scelta di sacrificare quello che al tempo era considerato il modello ideale di bellezza, il mito, a ciò che era comunemente considerata "bruttezza estrema".
La "bruttezza estrema" era per lui verità, alla quale si accostava con il piacere della ricerca e della conoscenza, unendo se stesso agli altri esseri che popolano il mondo e la natura. Si accostava al mondo con la sapienza di chi sa osservare.
Se, dunque, anche noi abbandonassimo l'accezione negativa della diversità nelle sue molteplici rappresentazioni, osservando, semplicemente osservando, potremmo arricchire la conoscenza nelle sue molteplici forme.
Velasquez non ebbe paura di stravolgere i canoni accademici e tradizionali della pittura del suo tempo, così anche noi, liberi da pregiudizi, avidi di conoscenza, sicuri della vastità dell'Universo e degli infiniti mondi che lo popolano, dovremmo scoprirlo ed osservarlo nella sua interezza.
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